Mi chiamo Marta. Ho quarantadue anni, da otto mesi so esattamente in quale motel mio marito passa i giovedì pomeriggio con una sua collega di dodici anni più giovane. Ho visto le notifiche, ho letto i messaggi, conosco persino il modello della macchina di lei.
Se avessi un briciolo di amor proprio, come dettano i manuali di auto-aiuto o le eroine dei film, a quest'ora avrei già impacchettato le sue camicie, cambiato la serratura e chiamato il miglior avvocato divorzista su piazza per spennarlo. Sarei la martire, la moglie ferita da compatire e sostenere. Invece, non ho fatto assolutamente nulla. E non ho la minima intenzione di farlo.
Non resto con lui per i figli, né per il mutuo cointestato, né tantomeno per la paura di restare sola. Il fatto è che l'amante di mio marito è la più grande risorsa organizzativa che mi sia mai capitata in quindici anni di matrimonio. Praticamente, ho esternalizzato a costo zero la sua manutenzione emotiva.
Prima di lei, vivere con mio marito era un lavoro logorante. Aveva costantemente bisogno di conferme, voleva parlare della sua crisi di mezza età, pretendeva weekend romantici per "tenere viva la fiamma" e mi faceva pesare ogni singola volta in cui, la sera, preferivo semplicemente dormire. Ero prosciugata dalla sua infinita fame di attenzioni.
Ora l'ecosistema in casa ha trovato un equilibrio perfetto. C'è un'altra donna, piena di energie e di ingenuità, che si sorbisce tutte le sue insicurezze. Lei lo fa sentire un maschio alfa, ascolta i suoi monologhi infiniti e assorbe tutta la sua pesantezza esistenziale.
Lui, di conseguenza, torna a casa appagato, svuotato e, cosa più importante di tutte, divorato da un utilissimo senso di colpa. Da quando ha l'amante è diventato il coinquilino ideale. Non alza mai la voce. Svuota la lavastoviglie senza che io debba chiederglielo. La domenica prende i bambini e li porta al cinema o al parco per l'intero pomeriggio nel patetico tentativo di "espiare" le sue mancanze, lasciandomi la casa vuota, il divano tutto per me e un silenzio meraviglioso. Abbiamo raggiunto la pace perfetta: io conservo la mia stabilità e i miei spazi, mentre l'altra si fa carico del lavoro sporco.
Stasera mi ha mandato un messaggio dicendo che farà tardi per un "problema imprevisto col server in ufficio". Gli ho risposto di non preoccuparsi, mandandogli l'emoji del cuore. Nessuno sa che, mentre blocco lo schermo e mi verso un bicchiere di vino, l'unica vera angoscia che mi toglie il sonno non è la gelosia. È il terrore puro e paralizzante che quella poveraccia, prima o poi, si stanchi di fare la ruota di scorta e me lo restituisca, costringendomi a occuparmi di nuovo di un uomo che non ho nessuna voglia di gestire.
Dal web:
Diario di un ipocondriaco












