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13 giugno 2026

Non mi racconto


Non mi racconto
non parlo di me.
Non scavo nel mio profondo
lo fanno gli altri per me.
Io gelosa del mio animo
custodisco tutto nel cuore.
Così mi ritrovo
nelle parole
pensieri o concetti
di un racconto
o di una poesia.
Io sono lì
nei sentimenti
di ogni scrittore
e poeta.

✒️


9 giugno 2026

Dove stiamo sbagliando davvero?


Ogni generazione nel corso dei secoli, ha dovuto affrontare prove difficili: povertà, malattie, guerre, ingiustizie e sofferenze di ogni genere. Eppure, grazie alla fede, alla forza della famiglia, al senso di comunità e al rispetto per la vita, si trovava il coraggio di andare avanti anche nei momenti più bui.
Oggi il crescente disagio di tanti giovani e le notizie di vite spezzate troppo presto ci interrogano profondamente. Non possiamo restare indifferenti davanti a una sofferenza così grande.

Viviamo in una società che spesso esalta l'apparenza più dell'essere, il successo più dei valori, il "tutto e subito" più della pazienza e dell'impegno. I social possono diventare strumenti di confronto continuo, il bullismo continua a fare vittime silenziose e molti ragazzi si sentono soli pur essendo sempre connessi.

Forse stiamo perdendo qualcosa di importante: la capacità di ascoltare, di educare al valore della vita, di trasmettere speranza, responsabilità e fiducia nel futuro.

È una tristezza immensa vedere giovani che non riescono più a intravedere una strada davanti a sé. E allora la domanda che dovremmo porci, senza cercare colpevoli ma con onestà, è una sola: dove stiamo sbagliando davvero?


7 giugno 2026

Il resto è niente


"Niente si sa, 
tutto si immagina. 
Circondati di rose, 
ama, bevi, e taci. 
Il resto è niente."

Fernando Pessoa



3 giugno 2026

740 bambini polacchi salvati da un Maharaja


Nel pieno della Seconda guerra mondiale, nel 1942, una nave carica di bambini vagava nel Mare d’Arabia senza trovare un porto disposto ad accoglierla. A bordo c’erano 740 bambini polacchi, sopravvissuti ai campi di lavoro sovietici dove molti dei loro genitori erano morti di fame, malattie e stenti. Dopo una fuga attraverso l’Iran, avevano raggiunto il mare nella speranza di trovare rifugio, ma lungo le coste dell’India nessun porto voleva accoglierli.
Porto dopo porto, le autorità dell’Impero Britannico – che allora controllava gran parte del subcontinente indiano – respingevano la nave. Le risposte erano sempre le stesse: non era una loro responsabilità. Intanto le scorte di cibo e medicine diminuivano e la speranza iniziava a spegnersi.

Tra quei bambini c’era Maria, dodici anni, che stringeva la mano del fratellino di sei. Prima di morire, la madre le aveva chiesto di proteggerlo. Ma proteggere qualcuno diventava quasi impossibile quando il mondo intero sembrava voltarsi dall’altra parte.

La notizia arrivò però fino al piccolo palazzo di Navanagar, nell’attuale stato indiano del Gujarat. Il sovrano locale era Jam Sahib Digvijay Singhji, un Maharaja che governava un principato sotto il controllo britannico. Non aveva il potere di sfidare apertamente l’impero, né l’obbligo di intervenire.

Quando i suoi consiglieri gli riferirono che 740 bambini erano bloccati in mare perché nessun porto voleva accoglierli, il sovrano chiese semplicemente quanti fossero. "Settecentoquaranta", risposero. Dopo un breve silenzio, pronunciò parole che cambiarono il destino di tutti loro: gli inglesi potevano controllare i suoi porti, disse, ma non la sua coscienza. Quei bambini sarebbero sbarcati a Navanagar.

Nonostante il rischio di tensioni con le autorità britanniche, inviò il messaggio che avrebbe salvato centinaia di vite: erano i benvenuti.

Nell’agosto del 1942 la nave entrò finalmente in porto. I bambini scesero a terra esausti, deboli, troppo provati per piangere. Ad attenderli sul molo c’era il Maharaja, vestito di bianco. Si inginocchiò per guardare i più piccoli negli occhi e, attraverso gli interpreti, disse loro qualcosa che molti non sentivano dalla morte dei genitori: non erano più orfani. Da quel momento sarebbero stati suoi figli.

Il sovrano non fece costruire un semplice campo per rifugiati. A Balachadi creò un vero villaggio dove i bambini potessero crescere. Organizzò scuole con insegnanti polacchi, fece preparare cibo della loro tradizione, permise loro di cantare le canzoni della loro infanzia e di mantenere la propria lingua e cultura. Anche il Natale veniva celebrato secondo le tradizioni polacche, sotto il cielo tropicale dell’India.

Per quattro anni, mentre il mondo era devastato dalla guerra, quei bambini vissero lì non come profughi, ma come una famiglia. Il maharaja visitava spesso il villaggio, conosceva i loro nomi, partecipava ai compleanni e cercava di consolare chi continuava a piangere i genitori perduti. Tutto – medici, insegnanti, vestiti e cibo – veniva pagato con il suo patrimonio personale.

Quando la guerra finì e arrivò il momento di lasciare Balachadi, molti di loro piansero. Quel luogo era diventato l’unica vera casa che avessero conosciuto dopo la tragedia.

Oggi quei bambini sono cresciuti: sono diventati medici, insegnanti, genitori e nonni. In Polonia piazze e scuole portano il nome di Jam Sahib Digvijay Singhji, che ha ricevuto importanti onorificenze dal Paese.

Ma il suo vero monumento non è fatto di pietra: sono le 740 vite che riuscì a salvare quando, mentre il mondo chiudeva le porte, decise semplicemente di aprirle.

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